Malga Rina, due ore di TS e poi cervo
Ci sono giornate in cui la montagna ti mette subito alla prova e altre che, almeno all’inizio, fanno finta di niente. Quella di Malga Rina appartiene decisamente alla seconda categoria, perché il programma, sulla carta, sembra persino rassicurante: si parte da Rina, si imbocca una strada forestale e si sale verso la malga, senza vette da conquistare, passaggi da capre esperte o tapponi dolomitici capaci di far discutere le zampette per i tre giorni successivi.
Insomma, una passeggiata tranquilla. Ed è proprio quando qualcuno usa la parola “tranquilla” che io comincio a preoccuparmi. 🤣🦎
Per l’occasione abbiamo comunque scelto il mezzo di trasporto più affidabile che esista in queste montagne: il TS, Tacchi e Suole, una tecnologia antichissima, ecologica, priva di problemi di parcheggio e dotata di autonomia teoricamente infinita, almeno fino al momento in cui le gambe decidono di esprimere un parere diverso.
Da Rina a Munt da Rina tra bosco e silenzio
La salita procede su una comoda forestale e noi, come spesso accade, trasformiamo il tempo indicativo del percorso in una misura molto più elastica. Tra fotografie, soste, contemplazioni e quelle discussioni familiari in cui ciascuno interpreta a modo proprio il significato di una freccia sul cartello, le ore passano senza fretta e, dopo trent’anni di Alto Adige, credo sia proprio questo uno dei pochi metodi di cammino che abbiamo imparato davvero bene.
Perché il tempo della montagna non si misura soltanto in chilometri o minuti. C’è anche quello necessario per fermarsi davanti a una radura, capire da dove arriva un rumore, osservare una luce diversa tra gli alberi o semplicemente stare un momento in silenzio.
Ed è proprio il bosco, poco alla volta, a diventare il vero protagonista della salita.
L’odore del legno si mescola alla resina, alla terra e all’erba, mentre il rumore delle scarpe sulla forestale prende lentamente il posto di quello dei pensieri. È una sensazione che conosco bene e che negli anni è tornata più volte nei nostri diari. Nel 2024 avevo scritto che, mentre cammini, sudi e fatichi, la mente sembra svuotarsi dalla confusione quotidiana e rimettere ordine nei pensieri, quasi fosse un archivio da sistemare.
Qui succede qualcosa di molto simile, anche se il rischio di eccessiva meditazione viene puntualmente scongiurato dal Papy, che possiede una particolare abilità nell’inserire osservazioni strategiche proprio nei momenti di massimo raccoglimento.
I richiami delle vecchie passeggiate in Alto Adige
Del resto, queste strade nel bosco fanno parte da anni delle nostre vacanze. Nel 2023, in Valle di Funes, avevamo attraversato carrozzabili e sentieri tra pini e abeti, saltando da una malga all’altra finché il Geco aveva scelto quella più appartata, nascosta nel bosco, dove ad attenderlo c’era uno yogurt con frutti di bosco degno di nota.
L’anno successivo era stata la volta dei Prati dell’Armentara, ancora una volta raggiunti lungo una strada comoda e poco trafficata, tra pascoli e un verde capace di cambiare tonalità con ogni passaggio delle nuvole.
A quanto pare abbiamo una certa coerenza: bosco, salita, malga e qualcosa da mangiare alla fine. Non necessariamente in quest’ordine, ma quasi. 🤣
Anche nel 2025 il copione aveva mostrato qualche somiglianza, con sentieri tra abeti e radure, aria fresca, profumo di erba umida e quel modo tutto montano di rallentare i pensieri mentre il paesaggio si prende il resto.
Così, quando il bosco comincia ad aprirsi e davanti a noi compare finalmente Munt da Rina, la sensazione non è quella di aver conquistato chissà quale vetta, ma di essere arrivati esattamente dove volevamo arrivare. La malga, poco sotto i duemila metri, è immersa in un paesaggio di prati e boschi che invita più a sedersi che a dimostrare qualcosa, e dopo quasi due ore di TS posso assicurare che il Geco non sente alcun bisogno di contraddire questo invito.
Malga Rina e il momento dell’hamburger di cervo
A questo punto potremmo parlare a lungo di silenzio, pino cembro, prati, aria di montagna e contemplazione.
Potremmo.
Poi arriva il menù.
E la spiritualità prende improvvisamente una direzione molto più concreta.
La cucina di montagna da queste parti non ha bisogno di troppe presentazioni: piatti ladini e altoatesini, prodotti locali, formaggi, canederli, selvaggina e tutte quelle cose che hanno la curiosa capacità di sembrare ancora più buone quando ci arrivi camminando.
Noi, quel giorno, troviamo lui.
L’hamburger di cervo.
Ammetto che per qualche secondo la cosa mi lascia perplesso. Il cervo, nella mia immaginazione, è sempre stato una creatura elegante che attraversa i boschi all’alba, non qualcosa che mi aspettavo di incontrare dentro un panino. Ma la montagna insegna anche la flessibilità mentale e, dopo quasi due ore di TS, certe convinzioni diventano sorprendentemente elastiche.
Così si assaggia.
E a quel punto tutto ciò che è successo durante la salita acquista improvvisamente un senso più preciso. La forestale, le soste, le fotografie, persino quel momento nel quale avevo cominciato a sospettare che il Papy avesse allungato apposta il percorso vengono rapidamente assolti.
Il bello è che il piatto non sembra una trovata costruita per sorprendere il turista. La selvaggina fa parte della cucina di queste montagne e, quando arriva in tavola nel posto giusto, conserva un legame evidente con il territorio. È proprio questo che rende certe soste diverse dal semplice “mangiare perché si ha fame”: ciò che trovi nel piatto diventa parte della giornata quanto il sentiero percorso per arrivarci.
E infatti, per qualche minuto, cala quel silenzio particolare che conosco molto bene. Il Geco mangia, la Bipede mangia, il Papy mangia e nessuno sente il bisogno di commentare.
Quando in una famiglia succede una cosa del genere davanti a un piatto, generalmente significa che la recensione è già stata scritta. 🤣🦎
Il Lago di Rina può aspettare
Da Munt da Rina si potrebbe continuare ancora, salendo verso Col dal Lè e il Lago di Rina, ma in trent’anni di Alto Adige abbiamo imparato anche una forma di saggezza che, a dire il vero, non pensavo avremmo mai raggiunto: non bisogna fare tutto nello stesso giorno.
Lasciare qualcosa indietro significa avere una buona ragione per tornare.
E noi, da questo punto di vista, siamo diventati professionisti.
Riprendiamo quindi la strada del bosco con un passo leggermente più prudente rispetto all’andata. Ufficialmente perché vogliamo goderci meglio il paesaggio; ufficiosamente perché anche un hamburger di cervo merita il tempo necessario per trovare una sistemazione stabile.
Perché continuiamo a tornare in Alto Adige
Mentre scendiamo mi accorgo che questa giornata, in fondo, non ha avuto bisogno di nulla di clamoroso. Nessuna cima da conquistare, nessuna impresa da tramandare agli eredi, nessun record da aggiungere al curriculum gechesco.
Sono bastati un bosco, una strada in salita, un paio d’ore di TS e una malga.
Forse è proprio questo uno dei motivi per cui continuiamo a tornare qui dopo tanti anni: non perché ogni giornata debba regalarci qualcosa di straordinario, ma perché anche quelle apparentemente più semplici riescono a lasciare addosso un profumo, un’immagine o un sapore.
Questa volta soprattutto un sapore.
Di cervo.
E adesso sapete anche perché il Geco ha camminato per quasi due ore senza lamentarsi troppo.
Aveva un obiettivo.
Semplicemente, non lo sapeva ancora. 🤣🦎
Articolo a cura di Geco Gaudenzio, per Goditilavita.it.
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