Alto Adige, certi cassetti si riaprono da soli
A Varna avevamo cominciato questo nuovo viaggio mettendo letteralmente le zampe nell’acqua. O meglio, le aveva messe la Bipede, mentre io avevo prudentemente scelto il ruolo di supervisore all’asciutto.
Era stato il primo cassetto aperto di una cassettiera della memoria che, dopo circa trent’anni di Alto Adige, ormai rischia seriamente di non chiudersi più.
Lasciata Varna, però, la strada ha cominciato a fare quello che fa ogni volta che torniamo quassù: riportarci verso luoghi che conosciamo talmente bene da non avere più bisogno del navigatore per capire che ci stiamo avvicinando.
Antermoia.
E soprattutto lui.
Il Sass de Putia.
Non servono cartelli di benvenuto. Compare e basta, e quella sagoma familiare è sufficiente per avere la sensazione di essere tornati a casa.
Anzi, nella nostra seconda cuccia.
Quella definizione l’avevo già usata anni fa e continua a funzionare perfettamente. Perché qui abbiamo visto cambiare boschi e sentieri, abbiamo camminato sotto il sole e dentro nuvole così basse da poter quasi spettinare un Geco, abbiamo osservato le ferite lasciate da Vaia e dal bostrico e, tornando, abbiamo anche visto il verde lentamente riprendersi qualche spazio.
Cambiano le montagne?
Naturalmente no.
Eppure, se le frequenti abbastanza a lungo, ti accorgi che non sono mai esattamente quelle che avevi lasciato.
Forse è per questo che continuiamo a tornare.
E poi, diciamolo, ci sono anche motivazioni meno spirituali.
Si mangia.
Cëna ladina in Alto Adige, un rito più che una cena
La Cëna ladina è uno di quei cassetti che ormai si apre da solo.
Non è una novità del 2026 e non voglio nemmeno raccontarla come tale. È uno degli appuntamenti che attraversano le nostre vacanze da anni.
Nel diario del 2022, dopo una giornata trascorsa tra sentieri e rifugi, scrivevo già che mi aspettava la cena ladina e che, essendo l’ultima sera, volevo godermi «tutto di tutto». Due anni dopo l’abbiamo ritrovata all’Hotel Putia, durante una delle serate dedicate alle specialità ladine, con una tavola che ancora una volta raccontava il territorio attraverso i suoi sapori.
Nel frattempo sono cambiati i menu.
Non la nostra disponibilità al sacrificio.
E così nel 2026 il Geco torna diligentemente in servizio davanti a una nuova Cëna ladina.
Il menu ladino del 2026
Questa volta sul menu ci sono rotolo di speck al rafano, zuppa d’orzo con cancei fritti alla ricotta e spinaci, gnocchi tirolesi al prosciutto, carré di maialino arrosto con sfoglia di patate e crauti in umido e, per finire, gelato al pane nero. Ad accompagnare il tutto, Masetto Nero. Prezzo dell’intero percorso: 28 euro.
Nella foto sono lì accanto al menu.
Qualcuno potrebbe pensare che stia semplicemente posando.
Ingenui.
Sto controllando.
Perché a questo punto la Cëna ladina è diventata una sorta di revisione periodica obbligatoria della tradizione e qualcuno deve pur verificare che da un anno all’altro sia ancora tutto in ordine.
Il Papy e la Bipede collaborano.
Con ammirevole spirito di sacrificio.
E mentre assaggiamo, un altro cassetto si apre.
Dentro non c’è soltanto del cibo. Ci sono tutte le altre volte in cui ci siamo seduti quassù davanti a un piatto che magari conoscevamo già e ci siamo accorti che aveva comunque qualcosa di diverso da raccontare.
I profumi che riaprono i cassetti della memoria
Succede anche con i profumi.
Il fieno, per esempio.
Nel 2022, salendo da Antermoia verso i Laghi di Rina, avevamo attraversato prati appena tagliati e quel profumo sembrava occupare tutto lo spazio disponibile. In un altro ritorno era stato il legno tagliato a seguirci nel bosco verso Passo Goma.
Sono cose piccole, ma evidentemente la memoria ha un archivista piuttosto strano.
Dimentichi dove hai messo le chiavi cinque minuti fa e poi, anni dopo, senti odore di fieno e ti ritrovi esattamente su un sentiero di Antermoia.
Misteri della mente umana.
E gechesca.
Dopo una cena del genere, naturalmente, sarebbe consigliabile una certa moderazione nell’attività fisica.
Il Papy non è d’accordo.
Quindi entra nuovamente in servizio il mezzo di trasporto più utilizzato delle nostre vacanze.
Il TS.
Tacchi e Suole.
Non necessita di carburante, non ha orari, non conosce chiusure stagionali e arriva praticamente ovunque.
L’unico difetto è che, inspiegabilmente, dopo qualche ora cominciano a protestare i piedi.
Sassongher, Re Ombro e la passeggiata verso Ütia La Fraina
La passeggiata verso Ütia La Fraina è facile, quasi tutta in falso piano, e questa volta anche il clima sembra essersi messo dalla nostra parte.
Dopo il caldo dell’estate 2026, l’aria fresca è un regalo.
Il Sassongher ci accompagna con i suoi 2.665 metri, presenza imponente sopra Corvara e Colfosco, mentre intorno tornano proprio quei profumi che hanno appena aperto il cassetto: fieno, resina, bosco.
E allora mi viene in mente una cosa che avevo scritto già nel 2022.
Durante le lunghe passeggiate bisogna, ogni tanto, fermarsi e guardarsi attorno.
Perché quando si cammina pensando soltanto alla meta e alla fatica si diventa un po’ miopi. Basta invece fermarsi, annusare l’aria e ascoltare il bosco per ricordarsi che lì dentro siamo soltanto ospiti.
Quattro anni dopo, quella sensazione non è cambiata.
Forse siamo noi a essere cambiati un pochino.
Le suole sicuramente.
Re Ombro, una vecchia conoscenza dei nostri viaggi
E proprio mentre camminiamo dentro questo presente, il passato decide di materializzarsi davanti alle mie zampe.
Re Ombro.
Lo guardo.
Lui guarda me.
O almeno mi piace pensarlo.
E la prima cosa che mi viene da chiedergli è:
«Scusa, ma noi due non ci siamo già visti?»
Eccome se ci siamo già visti.
Era il 2022. Quel giorno eravamo partiti da La Villa e avevamo imboccato il percorso verso Pralongià, in mezzo a passeggini, biciclette, cani e a quella che allora avevo definito, con grande diplomazia, troppa umanità. Proprio lungo quel percorso avevamo incontrato per la prima volta la leggenda di Re Ombro e della sua sfortunata figlia Ombretta.
Ed eccolo di nuovo.
Quattro anni dopo.
A quanto pare anche le leggende hanno i loro appuntamenti fissi.
La storia racconta di un regno nascosto oltre i Serrai di Sottoguda, di un castello d’alabastro e della bella Ombretta, figlia di Re Ombro. La gelosia della matrigna portò una strega a trasformare la giovane in pietra proprio prima delle nozze. Molti anni dopo, nella Val Ombretta, un pastore avrebbe sentito provenire dalle pareti della Marmolada il canto triste di una donna.
È una leggenda che conoscevamo già.
Eppure incontrarla nuovamente lungo un altro viaggio le dà un sapore diverso.
Nel 2022 era una storia scoperta durante una passeggiata.
Nel 2026 è un ricordo che ci viene incontro sul sentiero.
Ed è esattamente qui che capisco cosa sono davvero questi benedetti cassetti della memoria.
Non sono album da aprire quando vuoi guardare indietro.
A volte si aprono senza chiedere il permesso.
Basta un nome su un cartello.
Un profumo.
Una montagna.
Una ricetta.
E improvvisamente due viaggi lontani quattro anni finiscono nello stesso punto.
Furtaies in Alta Badia, la missione del Papy
Naturalmente non tutto ciò che ritorna dalle nostre vecchie vacanze è così poetico.
Perché esistono anche tradizioni molto più concrete.
E una di queste ha lo zucchero a velo sopra.
Le furtaies.
Ogni anno il Papy parte alla loro ricerca con una determinazione che personalmente avrei trovato molto utile anche in alcuni momenti della storia dell’esplorazione geografica.
Le furtaies — o fortaies, a seconda della variante ladina — sono quelle inconfondibili frittelle preparate facendo colare l’impasto nell’olio fino a creare una grande spirale, poi generosamente spolverata di zucchero.
Per il Papy non sono un dolce.
Sono una missione.
Possiamo trovarci davanti a un panorama dolomitico da togliere il fiato, avere Re Ombro da una parte e il Sassongher dall’altra.
Prima o poi arriva la domanda.
«Ma le furtaies?»
Missione compiuta: le furtaies finalmente trovate
E questa volta il destino decide di ricompensare tanta perseveranza.
Perché alla fine…
eccole.
Trovate.
Finalmente.
E soprattutto assaporate.
Dopo tanta ricerca sarebbe stato del resto irresponsabile limitarsi alla documentazione fotografica.
Il Papy può finalmente sedersi davanti al risultato della sua spedizione con la soddisfazione di chi ha raggiunto una meta inseguita a lungo.
Livingstone aveva le sorgenti del Nilo.
Amundsen il Polo Sud.
Il Papy le furtaies.
Ognuno ha le proprie priorità.
Io, naturalmente, supervisiono anche questa fase.
Per esigenze editoriali.
Alto Adige, tornare negli stessi luoghi senza fare mai lo stesso viaggio
Quando riprendiamo il cammino, però, mi accorgo che questa giornata racconta perfettamente perché dopo tanti anni continuiamo ancora a venire qui.
Abbiamo mangiato nuovamente una Cëna ladina, ma non era quella del 2022 e nemmeno quella del 2024. Abbiamo incontrato ancora Re Ombro, ma questa volta non era più uno sconosciuto. Abbiamo respirato il profumo del fieno e della resina e, per un attimo, siamo tornati su altri sentieri percorsi anni prima.
E il Papy ha trovato le furtaies.
Che non sarà poesia, ma contribuisce parecchio alla felicità.
Il Sassongher rimane alle nostre spalle mentre il TS continua a macinare strada e penso che forse abbiamo trovato il vero filo di questo diario.
Non stiamo tornando indietro.
Stiamo tornando.
Che è molto diverso.
Perché puoi conoscere un luogo da trent’anni e continuare a scoprirlo. Puoi percorrere montagne già viste e trovare un sentiero che non avevi mai imboccato. Puoi sederti davanti a un piatto conosciuto e sentirci dentro un ricordo diverso.
E puoi aprire un cassetto della memoria pensando di trovarci il passato e scoprire che, nel frattempo, ci è appena entrato anche il presente.
In fondo è così che questa cassettiera continua a riempirsi.
Una passeggiata alla volta.
Un profumo alla volta.
Una furtaia alla volta.
E con il Putia che, da qualche parte, continua tranquillamente ad aspettarci. 🦎⛰️❤️
Articolo a cura di Geco Gaudenzio, per Goditilavita.it.
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