Sri Lanka: l’alba di Sigiriya e il villaggio sul lago
Se penso agli elefanti incontrati ieri nel Parco di Minneriya, mi viene ancora da sorridere. Credevo che sarebbe stato difficile vivere un’emozione capace di superare quel branco comparso all’improvviso davanti alla nostra jeep. Invece lo Sri Lanka sembra avere un talento speciale: quando pensi di aver visto il meglio, ti sussurra semplicemente di aspettare il giorno dopo.
E il giorno dopo… comincia decisamente presto.
La sveglia suona alle quattro del mattino.
Per un geco viaggiatore è già un orario proibitivo. Per la Bipede è praticamente una dichiarazione di guerra. Apre un occhio, borbotta qualcosa che il galateo mi impedisce di riportare e, nel giro di una ventina di minuti, siamo già sul pullman diretti verso Sigiriya.
Fuori è ancora buio.
Le luci attraversano silenziosamente la campagna mentre il cielo inizia appena a schiarire. Quando arriviamo all’ingresso del sito archeologico ci uniamo a una lunga fila di visitatori armati di torce elettriche e tanta buona volontà. Davanti a noi la Roccia del Leone è quasi invisibile. Si intuisce appena la sua presenza nell’oscurità, enorme e silenziosa.
Sigiriya all’alba: la Roccia del Leone prima del sole
La salita comincia senza fretta.
I gradini si susseguono tra pareti di roccia, alberi secolari e radici che sembrano voler trattenere la montagna. Ogni tanto qualcuno si ferma a riprendere fiato, qualcun altro continua con passo deciso. Io, da bravo geco, mi sento quasi a casa. La Bipede, invece, ogni tanto mi lancia uno sguardo che tradotto significa: “Dimmi che manca poco.”
Non glielo dico.
Anche perché non ne sono affatto sicuro.
Su internet troverete numeri diversi sul totale dei gradini. Io posso solo dirvi una cosa: dopo un certo punto il cervello smette di contarli e si concentra esclusivamente sul convincere le gambe a proseguire.
Nel frattempo succede qualcosa di meraviglioso.
Il cielo cambia colore.
Dal nero passa lentamente al blu, poi all’arancione e infine a quella sfumatura dorata che esiste soltanto pochi minuti prima dell’alba. Ai nostri piedi la giungla cambia ritmo. Il silenzio lascia spazio ai richiami degli uccelli e, minuto dopo minuto, la Roccia del Leone rivela tutta la sua imponenza, come se aspettasse proprio quell’istante per mostrarsi davvero.
Poi arriva lui.
Il sole.
Compare lentamente all’orizzonte senza fare rumore. Nessun effetto speciale. Nessuna musica. Solo la luce che, un poco alla volta, si impossessa della valle.
Per qualche minuto nessuno parla.
Perfino la Bipede abbassa il telefono.
E credetemi, è un evento quasi raro quanto un’eclissi.
Restiamo semplicemente a guardare.
È in quell’istante che capisco perché migliaia di persone affrontano questa salita quando il resto del mondo sta ancora dormendo.
Non si viene a Sigiriya soltanto per raggiungere una cima.
Si viene per ricordarsi quanto siamo piccoli davanti alla natura.
Il vento smette di essere soltanto vento.
Il silenzio acquista un suono.
La mente si svuota.
Resta soltanto quella sensazione difficile da spiegare a chi non l’ha mai vissuta. Ti senti parte del paesaggio. Non sei più un visitatore. Sei semplicemente lì, insieme al sole che inaugura una nuova giornata.
Mi guardo intorno.
Persone di ogni nazionalità osservano lo stesso spettacolo con la stessa espressione. Nessuno sente il bisogno di parlare.
E forse è proprio questo il bello.
Ci sono emozioni che non hanno bisogno di essere commentate.
Quando iniziamo la discesa, il sole è ormai alto e Sigiriya mostra finalmente tutta la sua imponenza. Adesso capisco perché sia considerata uno dei simboli dello Sri Lanka.
Ma il bello della giornata deve ancora arrivare.
Dal monte del Leone ai riflessi di Habarana
Lasciata Sigiriya alle spalle penso ingenuamente che finalmente ci aspetti una mattinata tranquilla.
Errore.
Per raggiungere il villaggio di Habarana saliamo su un carro trainato da buoi. Di quelli veri. Ruote di legno, sedili essenziali e sospensioni completamente affidate all’ottimismo.
Bastano pochi metri per capire che sarà un’esperienza… movimentata.
Ogni buca diventa un piccolo terremoto.
Ogni dosso mette alla prova la nostra schiena.
La Bipede continua a guardarmi con quell’espressione che ormai conosco bene.
“Questa l’hai scelta tu.”
Io provo a mantenere il consueto aplomb gechesco, ma confesso che anche le mie ventose iniziano a rimpiangere i sedili del pullman.
Per fortuna il tragitto dura pochi minuti.
Abbastanza, però, da regalarci un autentico massaggio lombare in versione rurale.
Quando finalmente scendiamo, tutto cambia.
Davanti a noi si apre uno specchio d’acqua immobile.
È così perfetto da sembrare dipinto.
Sulla riva ci aspetta una piccola barca a bilanciere blu. Il barcaiolo ci accoglie con un sorriso, ci fa cenno di salire e inizia a remare senza alcuna fretta.
Nel giro di pochi istanti il rumore del carro lascia spazio allo sciabordio dell’acqua.
Il lago riflette il cielo come uno specchio.
I fiori di giacinto d’acqua galleggiano lentamente mentre le nuvole sembrano nuotare insieme a noi.
Qualcuno del gruppo si sporge un po’ troppo per fotografare il panorama, facendo sorridere il barcaiolo che, evidentemente, ha già visto scene simili centinaia di volte.
Io, invece, mi godo il silenzio.
Perché ci sono luoghi che non hanno bisogno di grandi monumenti.
Bastano una barca.
Un lago.
E il tempo che, finalmente, decide di rallentare.
Il villaggio di Habarana dove il tempo rallenta
Pochi colpi di remo e lasciamo la riva alle nostre spalle. Il lago è così tranquillo che sembra quasi dispiacersi quando la barca increspa l’acqua. Il barcaiolo continua a remare con calma, senza fretta, come se il tempo qui avesse deciso di seguire un ritmo tutto suo.
È una sensazione che mi piace.
Noi bipedi – sì, oggi mi ci metto dentro anch’io per solidarietà con la Bipede – siamo sempre di corsa. Qui, invece, nessuno guarda l’orologio. Si guarda il cielo, il lago, gli alberi.
Ed è decisamente un bel cambio di prospettiva.
Sulla superficie galleggiano i fiori di giacinto d’acqua, mentre qualche uccello attraversa il cielo rompendo per un attimo quel silenzio quasi perfetto. Ogni tanto il remo sfiora l’acqua e produce un rumore regolare, ipnotico.
Mi viene quasi da pensare che questa traversata faccia parte dell’esperienza tanto quanto il villaggio che stiamo per raggiungere.
Quando mettiamo piede a terra veniamo accolti da sorrisi sinceri e da un profumo che mette subito d’accordo stomaco e curiosità.
È odore di cocco.
Di legna.
Di spezie.
Davanti a noi alcune donne iniziano a preparare il pranzo con la naturalezza di chi compie gli stessi gesti ogni giorno.
Nessuna dimostrazione costruita.
Nessuna teatralità.
Semplicemente la loro cucina.
Il cocco viene aperto, grattugiato e mescolato con pomodoro fresco, peperoncino, sale e qualche goccia di lime. Bastano pochi minuti perché ingredienti così semplici si trasformino in una crema profumata e sorprendentemente fresca.
Pol Roti: il sapore autentico dello Sri Lanka rurale
Accanto prende forma la Pol Roti, una delle preparazioni più tipiche dello Sri Lanka.
Farina, cocco fresco, acqua e un pizzico di sale vengono impastati con mani esperte e poi adagiati su una piastra rovente.
Il profumo invade l’aria.
È impossibile resistere.
Il pane diventa dorato, leggermente croccante ai bordi e morbido all’interno. Viene servito ancora caldo, appoggiato su foglie intrecciate.
Qui non esistono posate eleganti.
Si mangia con le mani.
Ed è proprio questo a rendere tutto ancora più autentico.
Ogni boccone racconta una cucina fatta di ingredienti semplici, raccolti poco lontano da dove ci troviamo.
La Bipede assaggia, sorride e mi guarda.
«Altro che ristorante stellato… qui anche il sole ha il suo menù.»
Le sorrido.
Questa volta ha ragione lei.
Seduti sotto il tetto della capanna, osserviamo la vita del villaggio scorrere lentamente.
I bambini giocano poco distante.
Qualche gallina passeggia indisturbata.
Le persone continuano le proprie attività senza modificare il ritmo della giornata perché sono arrivati dei turisti.
Ed è proprio questo che mi colpisce, non ho la sensazione di assistere a uno spettacolo preparato per noi, mi sembra piuttosto di essere stato invitato, per qualche ora, nella quotidianità di una famiglia.
Ed è una differenza enorme.
Ripenso a quanti viaggi facciamo cercando monumenti, palazzi, musei e panorami spettacolari.
Poi basta sedersi su una panchina, condividere un pezzo di pane e osservare persone che vivono la loro normalità per capire che il vero viaggio, spesso, è tutto lì.
Quando arriva il momento di ripartire, un pizzico di dispiacere c’è.
Avrei trascorso volentieri ancora qualche ora ad ascoltare quei rumori, a respirare quell’aria e a lasciarmi contagiare da quella calma che da noi sembra quasi un lusso.
Ma il diario continua a riempirsi di pagine.
E lo Sri Lanka, ormai l’ho capito, non ama farti sostare troppo a lungo nello stesso posto.
La strada riprende a salire.
Fuori dal finestrino il verde diventa sempre più intenso e, quasi senza accorgercene, cambia anche l’aria.
All’inizio è una sensazione appena percettibile. Poi arriva un profumo dolce. Subito dopo uno più intenso.
Infine una nota piccante che sembra risvegliare tutti i sensi.
Mi volto verso la Bipede.
«Secondo me ci siamo.»
Lei sorride.
«Alle spezie?»
Annuisco.
«Esatto. Da questo momento lo Sri Lanka non si limiterà più a farsi vedere… comincerà anche a farsi annusare.»
Davanti a noi ci aspetta Matale, la terra della cannella, della vaniglia, del cardamomo e del pepe.
Ma quella sarà la prossima pagina del mio diario.
“Si ringrazia Asianet per queste esperienze”
Articolo a cura di Geco Gaudenzio, per Goditilavita.it.
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