Sri Lanka, sulle tracce di Ravana
Ci sono giornate che iniziano come una semplice tappa di viaggio e poi, senza quasi avvisare, prendono una direzione tutta loro.
Quella mattina parto convinto di andare a visitare un tempio, attraversare qualche strada di montagna e scattare le solite fotografie che, al ritorno, finiranno ordinate in una cartella con un nome molto preciso e una quantità imprecisata di doppioni.
Poi incontro Ravana.
Non di persona, naturalmente. Anche perché, dopo tutti questi secoli, sarebbe complicato perfino per un geco con una certa esperienza in apparizioni, leggende e luoghi dove la storia sembra avere lasciato la porta socchiusa.
Eppure da quel momento Ravana comincia ad accompagnarci.
Non sale sul pullman, non occupa un posto e non pretende nemmeno il pranzo. Rimane semplicemente lì, nascosto tra le montagne, nei nomi dei luoghi e nelle storie che ascoltiamo. Più andiamo avanti, più ho l’impressione che questa giornata sia stata costruita proprio per farcelo incontrare.
Sita Amman Temple e la storia di Ravana
Appena arriviamo, l’atmosfera cambia.
Fuori scorrono la strada, le auto e la vita quotidiana. Dentro il tempio, invece, tutto sembra restringersi. I colori sono intensi, le statue osservano dall’alto e il profumo dell’incenso si mescola all’aria fresca delle montagne.
Qui la leggenda racconta che Sita, rapita da Ravana e portata nello Sri Lanka, sia stata tenuta prigioniera in questa zona.
È una di quelle storie che cambiano significato a seconda del punto da cui le si osserva. Da una parte c’è la mitologia, dall’altra ci sono luoghi reali che continuano a custodirla come se tutto fosse accaduto appena ieri.
Io, nel dubbio, ascolto.
Del resto, quando sei un geco e passi buona parte della tua vita attaccato ai muri, impari presto che le storie vanno osservate da più angolazioni.
Ravana era davvero il cattivo?
Ravana viene spesso descritto come il grande antagonista del Ramayana, il sovrano che rapisce Sita e scatena la guerra con Rama. Eppure, come succede con molte figure antiche, basta avvicinarsi un po’ per capire che il personaggio è più complicato di così.
Non è soltanto il cattivo della storia.
È un re colto, devoto e temuto. Nei racconti locali appare come un sovrano istruito e influente, alla guida di una terra prospera, ma anche come un uomo capace di scelte tanto oscure da dividere ancora oggi chi ne ricostruisce la figura.
Insomma, uno di quei personaggi che non entrano facilmente in una sola definizione.
La Bipede mi guarda mentre cerco di sistemare tutte queste informazioni nella testa.
«Quindi era cattivo oppure no?»
Domanda semplice. Risposta impossibile.
Io alzo le zampette, perché in questi casi il gesto vale più di mille spiegazioni.
Più che stabilire chi abbia ragione, vale la pena osservare come la stessa vicenda cambi secondo la voce che la racconta.
Nel tempio alcune persone pregano, altre portano offerte. Tutto avviene con una naturalezza che rende ancora più strano pensare che noi siamo qui per seguire le tracce di una storia raccontata da millenni, mentre per chi frequenta questo luogo quella storia è ancora viva.
All’esterno ci mostrano alcuni segni nella roccia che, secondo la tradizione, sarebbero legati ad Hanuman.
Guardo attentamente.
Non perché pensi di poter risolvere il mistero, ma perché ormai sono entrato completamente nel gioco.
Da qualche parte, tra questi alberi e queste pietre, Ravana sembra continuare a muovere i fili del racconto.
Lasciamo il tempio e riprendiamo la strada.
Il paesaggio scorre tra montagne, vegetazione e curve che obbligano il pullman a procedere senza fretta. Dopo giorni di viaggio ho imparato che in Sri Lanka le distanze non si misurano soltanto in chilometri. Si misurano in curve, animali che attraversano la strada, villaggi, panorami e soste non previste.
Ogni volta che penso di avere capito quanto manca, la strada cambia idea.
Dowa Rock Temple e i passaggi segreti
La tappa successiva è il Dowa Rock Temple.
Da fuori il luogo appare discreto, quasi nascosto. Non ha bisogno di annunciarsi. Si trova lì, raccolto nella vegetazione, come se aspettasse soltanto chi ha davvero voglia di fermarsi.
Scendiamo e ci avviciniamo.
La prima cosa che colpisce è la grande immagine del Buddha scolpita nella roccia. Non è completata, e forse proprio per questo ha qualcosa di ancora più affascinante. Sembra emergere lentamente dalla montagna, come se qualcuno avesse iniziato a liberarla dalla pietra e poi avesse lasciato il lavoro sospeso.
L’interno del tempio è raccolto, semplice e profondamente spirituale.
Non ci sono effetti speciali. Non servono.
Le pitture, le statue e l’odore del luogo creano quel tipo di silenzio che non mette a disagio. Anzi, invita a parlare più piano, perfino nei pensieri.
Eppure anche qui Ravana riesce a raggiungerci.
Secondo i racconti tramandati nella zona, sotto il tempio si nasconderebbe uno degli accessi ai passaggi segreti attribuiti a Ravana.
Naturalmente non possiamo verificarlo.
Io provo a guardarmi intorno con aria investigativa, ma la Bipede mi ricorda che non siamo venuti in Sri Lanka per perderci dentro una galleria leggendaria.
Ha ragione.
Anche se ammetto che, per qualche secondo, l’idea mi tenta.
Ravana, secondo alcune tradizioni locali, avrebbe posseduto una rete di passaggi nascosti, fortezze e luoghi segreti. Più ascolto, più mi accorgo che qui non viene ricordato soltanto come il rapitore di Sita. Diventa quasi una presenza legata al territorio, un sovrano che avrebbe conosciuto montagne, grotte e percorsi invisibili.
A quel punto diventa difficile capire dove termini il racconto e dove cominci qualcosa di realmente accaduto.
Forse non lo sa nessuno.
Usciamo dal tempio e torniamo alla luce del giorno. Per un attimo mi volto verso la montagna, quasi aspettandomi di vedere aprirsi una porta segreta.
Non accade nulla.
O forse Ravana ha semplicemente deciso che non siamo ancora pronti.
Nine Arches Bridge, il ponte tra le montagne
Dopo tanta storia e spiritualità, il viaggio cambia ritmo.
Riprendiamo la strada verso Ella e, poco dopo, ci avviciniamo a uno dei luoghi più fotografati dello Sri Lanka: il Nine Arches Bridge, conosciuto anche come Ponte dei Nove Archi.
Per raggiungerlo bisogna camminare.
La cosa non mi preoccupa particolarmente. Con quattro zampe e una discreta esperienza sui muri, una salita non è certo il genere di cosa che mi rovina la giornata. La Bipede, invece, squadra il sentiero come se da un momento all’altro dovesse comparire un cartello con scritto: «Da qui in poi si soffre».
Dopo pochi minuti il ponte compare tra gli alberi.
È grande, elegante e perfettamente inserito nel paesaggio. I nove archi si susseguono sopra la valle e sembrano quasi disegnati per incorniciare il verde.
Qui Ravana non c’entra.
Almeno in teoria.
Ormai Ravana mi cammina accanto da ore e, mentre guardo il ponte, me lo immagino da qualche parte sulle montagne, forse un po’ seccato perché tutta questa fama se l’è presa una costruzione arrivata parecchi secoli dopo di lui.
Il luogo è affollato. Tutti cercano la posizione migliore.
C’è chi si sistema sui binari, chi sale lungo il pendio e chi controlla continuamente l’orario del treno.
Intorno a noi parte il solito controllo generale: telefoni, fotocamere, batterie e facce preoccupate di chi teme di arrivare al treno con il due per cento.
Nessuno vuole perdersi il momento.
Anche noi ci prepariamo.
La Bipede cerca l’inquadratura perfetta. Io mi limito a verificare che le squame prendano bene la luce, perché anche un diario di viaggio ha la sua dignità, mentre il ponte continua a fare il ponte senza preoccuparsi minimamente di noi.
Il treno sul Ponte dei Nove Archi
Poi arriva il treno.
Prima si sente il rumore. Poi, proprio quando tutti iniziano a perdere la pazienza, il treno spunta tra gli alberi e si infila sul ponte. Io mi sistemo meglio: un geco può anche aspettare, ma non vuole certo perdersi la scena.
Le persone scattano, salutano, registrano video. Dai finestrini qualcuno risponde con la mano. Il treno passa sopra gli archi e scompare dall’altra parte, lasciando dietro di sé quella sensazione strana che accompagna i momenti molto attesi: sembrano durare pochissimo, ma restano nella memoria più a lungo di tante cose viste con calma.
Io rimango a osservare il ponte.
Penso ai passaggi segreti di Ravana, alle gallerie nascoste e a questo treno che invece attraversa il paesaggio davanti agli occhi di tutti.
Due modi opposti di viaggiare.
Uno dentro la montagna, l’altro sospeso sopra la valle.
Riprendiamo il cammino e torniamo verso il pullman.
Ravana Falls, la cascata della leggenda
La giornata, però, non ha ancora terminato di parlarci di Ravana.
Basta proseguire lungo la strada per incontrare le Ravana Falls, una cascata che scende tra le rocce poco distante da Ella.
La vediamo già dal pullman.
L’acqua corre sulla parete della montagna, si divide, cambia direzione e poi riprende la discesa. Non è una cascata nascosta in mezzo alla foresta. È lì, accanto alla strada, come se avesse deciso di mostrarsi a chiunque passi.
Scendiamo.
Il rumore dell’acqua copre le voci e rende l’aria più fresca. Le persone si fermano, scattano fotografie e si avvicinano fin dove è possibile.
Il nome, naturalmente, ci riporta ancora una volta a lui.
Secondo la leggenda, Ravana avrebbe nascosto Sita in una grotta situata nei dintorni. Le cascate, la montagna e la vegetazione diventano così un altro pezzo dello stesso racconto iniziato al tempio.
Mentre andiamo avanti, Ravana continua a tornarmi in testa. Evidentemente quella mattina ha deciso di infilarsi nello zaino e seguirci fino a sera.
Sita tenuta lontana da casa, Rama deciso a riprenderla, Hanuman in viaggio per aiutarlo e Ravana ancora lì, convinto che la storia, vista dalla sua parte, suoni tutta diversa.
Davanti alla cascata, la faccenda comincia a sembrare meno lontana e molto più adatta a un re che amava lasciare tracce dappertutto.
Non penso davvero che tutto sia accaduto proprio davanti a quella cascata. Tra l’acqua, le rocce e quel verde che sembra voler nascondere qualcosa, il racconto del mattino smette di fare la leggenda e comincia quasi a comportarsi come un ricordo.
Le montagne diventano rifugi.
Le grotte diventano nascondigli.
Le cascate diventano parte della leggenda.
Ravana continua a restare una figura difficile da afferrare. Più proviamo ad avvicinarci, più sembra cambiare volto. Tiranno, sovrano, studioso, guerriero, devoto. Un personaggio capace di attraversare i secoli senza diventare completamente prevedibile.
Forse è proprio per questo che la sua storia continua a funzionare.
Le figure troppo semplici si dimenticano. Quelle piene di contraddizioni, invece, rimangono.
Il pranzo nella villa e l’ultima domanda
Salutiamo la cascata e ripartiamo.
La strada ci conduce verso una villa dove ci fermeremo per il pranzo. Dopo templi, leggende, ponti e cascate, ammetto che anche il mio spirito da esploratore comincia a chiedere qualcosa di più concreto.
Possibilmente servito in un piatto.
La villa appare circondata dal verde, elegante senza essere eccessiva. Entriamo e, per qualche minuto, la giornata rallenta.
Ci sediamo, posiamo macchine fotografiche e telefoni e iniziamo a commentare quello che abbiamo visto.
La Bipede torna sulla domanda della mattina.
«Quindi, alla fine, Ravana chi era davvero?»
Guardo fuori, verso le montagne.
Potrei provare a riassumere tutto, ricominciando dal Ramayana e mettendo in fila templi, grotte, miti e racconti ascoltati lungo il percorso.
Invece scelgo la risposta più sincera.
«Uno che è riuscito a farsi seguire per tutta la giornata senza muoversi di un passo».
La Bipede ride.
Io pure.
Poi arriva il pranzo e Ravana, almeno per qualche minuto, può aspettare.
“Si ringrazia Asianet per questa esperienza”
Articolo a cura di Geco Gaudenzio, per Goditilavita.it.
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