Delhi, l’ultimo regalo dell’India
Delhi vista dall’ultimo giorno di viaggio
Fuori dal finestrino passa Delhi. Dentro la mia testa, invece, passano gli ultimi sette giorni. Mi fermo qualche minuto senza fotografare nulla, evento che meriterebbe probabilmente una segnalazione ufficiale. Ripenso a quella nebbia ostinata che sembrava essersi iscritta al tour senza pagare la quota di partecipazione. Quando penso ad Agra non vedo il monumento che compare sulle calamite dei negozi di souvenir. Mi torna in mente quella strana malinconia che sembrava galleggiare nell’aria insieme alla nebbia.
Poi penso a Jaipur, ai mercati dei fiori, alle calendule che coloravano l’aria prima ancora degli occhi, alle scimmie che osservavano il mondo dall’alto con l’autorevolezza di chi sa perfettamente che gli esseri umani sono soltanto ospiti temporanei. Riaffiora persino quell’elefante che aveva deciso di trasformarmi in un turista irrigato a dovere e i samosa che, nel giro di pochi giorni, sono passati da misterioso oggetto culinario a piacevole dipendenza. Mentre la testa continua a saltare da un ricordo all’altro, mi rendo conto che le immagini che porto via dall’India del Nord non sono quelle che avevo programmato di ricordare. Sono i piccoli imprevisti. Le cose che nessuna guida segnala con una stellina. Quelle che accadono mentre stai guardando da un’altra parte.
Tempio del Loto a Delhi: il silenzio che sorprende
Confesso che il Tempio del Loto non era tra le visite che aspettavo con maggiore curiosità. Certo, l’architettura è straordinaria. Se la guida non lo dicesse, non mi verrebbe mai in mente che questo tempio è stato inaugurato nel 1986. La guida ci racconta che il tempio appartiene alla comunità Bahá’í, nata in Persia nell’Ottocento. La cosa che mi colpisce non è tanto la storia della religione quanto il principio che la ispira: qui l’umanità viene vista come una sola grande famiglia e ogni fede è considerata parte dello stesso percorso. Forse è anche per questo che l’atmosfera che si respira è così diversa da quella di molti altri luoghi di culto.
Qui possono entrare tutti. Indù, musulmani, cristiani, sikh, buddisti, atei, curiosi e viaggiatori stanchi come il sottoscritto. Nessuno chiede chi sei o in cosa credi. Trovo un posto libero e, per una volta, smetto di fare il turista. Alcune pregano. Altre riflettono. Altre ancora semplicemente restano sedute in silenzio. E in quel momento mi accorgo che, dopo giorni trascorsi in un Paese capace di riempire ogni centimetro disponibile con colori, rumori, profumi e movimento, il silenzio è diventato una delle esperienze più sorprendenti dell’intero viaggio.
Akshardham: Delhi tra spiritualità e meraviglia
Naturalmente l’India decide di cambiare registro un’altra volta. Bastano pochi chilometri per passare dal silenzio del Tempio del Loto a qualcosa che assomiglia a un’esplosione di pietra scolpita. La guida ci racconta che Akshardham è stato inaugurato nel 2005 e io, per qualche secondo, penso di aver capito male. Continuo a camminare e ogni volta che alzo lo sguardo salta fuori un nuovo dettaglio che non avevo notato. Dopo un po’ rinuncio perfino a catalogare quello che sto vedendo. Tempio? Museo? Spettacolo? Tutte e tre le cose insieme? Non ne ho idea. So solo che il geco 🦎 continua a pensare a Gardaland e non riesce a togliersi quell’associazione dalla testa.
Lo so, non è un paragone elegante, ma non riesco a evitarlo.
La statua di Ghanshyam ad Akshardham
Ogni parete racconta episodi della tradizione indiana, ogni colonna sembra custodire una storia e ogni dettaglio appare progettato per stupire. Tra una colonna scolpita e l’altra il mio sguardo viene catturato da una gigantesca figura dorata di un bambino. In qualunque altro posto mi sarei limitato a fotografarla. Qui invece la curiosità prende il sopravvento. La guida mi spiega che si tratta di Ghanshyam, il nome con cui Swaminarayan era conosciuto da piccolo. A quanto pare la sua fama di bambino fuori dal comune era già ben consolidata molto prima che diventasse una guida spirituale.
Solo in India riesco a passare, nel giro di pochi minuti, da una riflessione filosofica a una gigantesca celebrazione dell’infanzia. Osservando quella figura mi viene da sorridere perché, in un modo o nell’altro, tutti abbiamo sentito raccontare storie di bambini destinati a fare grandi cose. Solo che qui tutto assume dimensioni decisamente indiane. Anche un bambino riesce a essere rappresentato in modo monumentale. Più osservo quel luogo e più ho la sensazione che ogni dettaglio stia cercando di raccontarmi qualcosa.
A quel punto il geco 🦎 fa quello che ha provato a fare per tutta la settimana: mettere ordine nel caos. Operazione destinata al fallimento. Ogni volta che penso di aver capito come funziona l’India, salta fuori qualcosa che rimette tutto in discussione. È spirituale e pratica. Antica e moderna. Capace di passare dal silenzio assoluto di un luogo di preghiera al concerto permanente di clacson che accompagna ogni attraversamento pedonale. Dopo qualche giorno smetto persino di cercare una definizione. Mi limito a prenderne nota, come si fa con certi fenomeni naturali che non hanno alcuna intenzione di farsi spiegare.
Gandhi Smriti: il fuori programma che resta nel cuore
Quando il pullman si ferma, non immagino che quella sosta mi resterà in testa più di molte altre.
Davanti a noi c’è una villa immersa nel verde. Nessuna facciata monumentale. Nessuna architettura capace di fermare immediatamente lo sguardo. Mentre ascolto il racconto della guida, però, il luogo inizia lentamente a cambiare forma. Scopro che oggi si chiama Gandhi Smriti e che un tempo era conosciuto come Birla House. È qui che Gandhi trascorre gli ultimi mesi della sua vita.
Più ascolto e più i dettagli assumono un peso diverso. I vialetti. Gli alberi. Le stanze. Oggetti e spazi che fino a pochi minuti prima sembravano normali iniziano a raccontare una storia che conosco da sempre ma che non avevo mai immaginato così vicina.
Le ultime impronte di Gandhi
A un certo punto la guida indica il percorso davanti a noi. Gli occhi finiscono inevitabilmente lì. È il cammino che Gandhi percorre il giorno in cui la sua storia si interrompe. Da quel momento il luogo smette di essere soltanto una tappa del viaggio.
Seguo le impronte metalliche che segnano quel percorso quasi senza parlare. Non perché qualcuno lo chieda. Semplicemente viene naturale farlo. Le stanze che visitiamo sono semplici, essenziali. Molto più semplici di quanto mi aspettassi. Fino a quel momento Mahatma Gandhi era stato soprattutto un volto visto sui libri di scuola, sulle banconote e nei documentari. Qui, invece, provo a immaginarlo nella quotidianità. Mentre attraversa questi corridoi. Mentre riceve persone. Mentre scrive. Mentre riflette sul futuro del proprio Paese.
Osservo quelle stanze e continuo a sorprendermi per la loro normalità. Forse è proprio questo che rende la visita così intensa. Non la grandezza del luogo, ma il contrasto tra la semplicità degli spazi e l’impronta lasciata dalla persona che li ha abitati.
Delhi, il traffico e l’ultimo pensiero prima del ritorno
Fuori dai cancelli ci aspettano di nuovo motorini, clacson e incroci che sembrano risolti più per istinto che per codice della strada. Eppure qualcosa è cambiato. Non nella città. Nel modo in cui la guardo.
Ripenso ai giorni trascorsi. Alla nebbia di Delhi e Agra. Al Taj Mahal che emergeva dal bianco del mattino. Ai mercati di Jaipur. Alle scimmie. Ai samosa. Agli elefanti. Alle risate. Al misterioso Barbiere di Siviglia di Delhi e a una quantità di episodi che sul programma semplicemente non c’erano. Mi accorgo che le città visitate raccontano soltanto una parte della storia. Il resto è fatto di incontri, dettagli, sorprese e piccoli momenti che sulla cartina non compariranno mai.
Come tutti i viaggi, anche questo a un certo punto punta verso l’aeroporto.
Quando l’aereo prende quota e Delhi si trasforma lentamente in una distesa di luci sempre più lontane, provo a mettere ordine nei ricordi. È un tentativo che dura pochissimo. Con l’India funziona raramente. Le luci della città diventano sempre più piccole sotto di noi. I pensieri no.
Forse è questo il regalo più inatteso che mi porto a casa. Non una risposta. Non una conclusione. Nemmeno una definizione. Solo una discreta confusione mentale, qualche migliaio di fotografie e la sensazione che il lavoro vero inizi adesso: raccontare tutto senza sembrare matto. 🦎 E mentre le nuvole iniziano a nascondere Delhi alla vista, ho il sospetto che questo viaggio abbia tutta l’intenzione di continuare ancora per un po’, comodamente sistemato da qualche parte nella memoria del geco 🦎.
Articolo a cura di Geco Gaudenzio, per Goditilavita.it.
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