Sri Lanka: Yala, Galle e il richiamo del mare
Ci sono sveglie che suonano e sveglie che ti offendono personalmente.
Quella per il safari a Yala appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
È ancora buio quando apro gli occhi e, per qualche secondo, non capisco bene dove mi trovi. Poi vedo lo zaino, sento la Bipede muoversi con l’entusiasmo di chi avrebbe preferito dormire altre tre ore e ricordo tutto.
Oggi si parte all’alba.
Giuro che, dopo questo viaggio, per almeno un anno non voglio più sentire pronunciare la parola “sveglia” prima che il sole abbia avuto il buon gusto di presentarsi.
Usciamo che l’aria è ancora umida e la giornata sembra indecisa se cominciare davvero. Saliamo sulle jeep aperte, ci sistemiamo alla meglio e partiamo.
Il vento del monsone ci arriva addosso senza chiedere permesso. Non è freddo, ma porta con sé l’odore della terra bagnata, delle foglie e di quella vegetazione che sembra essersi svegliata prima di noi.
Davanti, la boscaglia di Yala si apre lentamente, come un sipario verde e bruno.
Io mi aggrappo bene. La Bipede controlla macchina fotografica, telefono e zainetto. L’autista affronta le prime buche con la serenità di chi evidentemente non ha la nostra stessa opinione sulla necessità degli ammortizzatori.
La jeep sobbalza.
Io pure.
Safari nel Parco Nazionale di Yala
Il Parco Nazionale di Yala, nella parte sud-orientale dello Sri Lanka, è un mondo che cambia continuamente aspetto. In pochi chilometri si passa dalla boscaglia secca alle lagune, dalle praterie alle zone più umide, fino ai tratti in cui l’oceano sembra avvicinarsi alla terra per controllare cosa stia succedendo.
Qui siamo ospiti.
Lo si capisce subito.
Le piste non sembrano strade costruite per noi, ma semplici passaggi concessi per qualche ora. Tutto il resto appartiene agli animali, alle piante e a quei rumori che arrivano dai cespugli senza spiegarsi.
Alla ricerca del leopardo dello Sri Lanka
Il personaggio più atteso è naturalmente lui: il leopardo dello Sri Lanka.
Ogni jeep lo cerca.
Gli occhi si spostano verso il minimo movimento e le guide sembrano capaci di interpretare un ramo spezzato, una macchia lontana o il silenzio improvviso di qualche animale.
Il leopardo, però, oggi non ha intenzione di collaborare.
Probabilmente ci osserva da qualche punto nascosto, divertito dal fatto che una fila di esseri umani assonnati stia attraversando il parco sperando di incontrarlo.
Io, comunque, giuro di avere visto qualcosa.
Un movimento rapido tra le foglie, una macchia, forse una coda. La Bipede sostiene che potesse essere semplicemente un’ombra.
Per me è un avvistamento.
Non bisogna essere troppo pignoli quando si parla di grandi felini.
Coccodrilli, bufali e tacchini reali
In compenso, i coccodrilli non fanno nulla per nascondersi. Restano immobili vicino all’acqua, lucidi e perfettamente a loro agio. Sembrano scolpiti nella riva, ma basta guardarli per capire che quella calma non va confusa con la distrazione.
Uno di loro tiene la bocca leggermente aperta.
Io lo osservo.
Lui non ricambia.
La considero una relazione equilibrata.
Poco più avanti incontriamo i bufali selvatici, immersi nel fango con l’espressione soddisfatta di chi ha appena trovato un trattamento benessere gratuito. Sono coperti quasi completamente e sembrano non avere alcuna intenzione di uscire.
La Bipede li guarda e commenta che, in fondo, hanno capito tutto.
Fango, silenzio e nessun appuntamento.
Difficile darle torto.
I cervi pomellati, invece, si muovono con un’eleganza quasi irritante. Si avvicinano all’acqua, bevono e sollevano la testa con una grazia che nessuna buca della jeep riuscirebbe mai a concedere a noi.
Poi arrivano i pavoni.
Ormai, dopo averli incontrati più volte durante il viaggio, nel gruppo li chiamiamo tacchini reali.
Loro continuano a ignorare il soprannome e attraversano la pista con la calma altezzosa di chi sa perfettamente di essere fotografato.
Uno si ferma proprio davanti alla jeep.
Ci guarda.
Fa qualche passo.
Si gira di nuovo.
È evidente che conosce il proprio lato migliore.
Il fiore bianco nella boscaglia di Yala
Le ruote mordono la pista umida e sollevano schizzi scuri. La pioggia ha lasciato pozzanghere profonde, rami lucidi e quell’odore di erba bagnata che sembra restare addosso anche dopo essere scesi.
A bordo si parla poco.
Sulla jeep le parole si fanno rare: qui basta un fruscio tra i rami per rimettere tutti in ascolto.
Ogni cespuglio potrebbe nascondere qualcosa. Ogni ramo potrebbe muoversi. Ogni pozza riflette un pezzo di cielo e costringe lo sguardo a rallentare.
Il sole prova a farsi largo tra le nuvole senza ottenere grandi risultati. La luce resta morbida, quasi sospesa, e proprio allora vediamo un piccolo fiore bianco.
È solo.
Spunta tra il verde e la terra scura con petali lunghi e arricciati, sottili come nastri mossi dal vento.
Ci spiegano che è un Ceylon Spider Lily, un fiore che compare con l’arrivo delle piogge.
In mezzo a un parco dove tutti cercano animali grandi, denti, corna e macchie feline, quella piccola presenza riesce a fermarci.
Mi sembra quasi fuori posto.
Poi capisco che è esattamente il contrario.
Yala non è soltanto la forza dei bufali o l’immobilità dei coccodrilli. È anche qualcosa di fragile che cresce accanto alla pista, senza preoccuparsi minimamente del fatto che nessuno sia venuto fin qui per cercarlo.
Nel regno dei leopardi nascosti e dei bufali infangati, quel fiore sembra ricordarmi che anche la delicatezza può essere selvatica.
Io, naturalmente, mi sento abbastanza a casa.
Pietre, rami, sole quando compare e moltissimi parenti lontani con ottime capacità di mimetizzazione. Non escludo che qualche lucertola del posto mi abbia osservato chiedendosi chi fosse quello strano geco con il cappello da esploratore.
Rispondo mentalmente: un collega in trasferta.
Ciò che Yala decide di mostrare
Il safari continua tra nuove piste, soste improvvise e indicazioni sussurrate. Tra le lagune si muovono uccelli dalle piume accese, mentre altre presenze compaiono per un attimo tra i rami e spariscono prima che la jeep riesca ad avvicinarsi.
A un certo punto smetto di aspettarmi il grande colpo di scena.
A Yala capisco che il programma conta poco: bisogna accettare ciò che il parco decide di mostrare, senza trasformare l’attesa in delusione.
Il safari non è una vetrina.
Gli animali non hanno orari d’ingresso e, soprattutto, non firmano contratti con i turisti.
Quando lasciamo il parco, non provo vera delusione. Certo, una fotografia del leopardo avrebbe fatto la sua figura. Avrei potuto raccontare di averlo guardato negli occhi, mantenendo prudentemente una jeep tra noi.
Ma la giornata ci ha già dato molto altro: fango sulle ruote, vento tra i capelli della Bipede, animali che non avevano alcun interesse a impressionarci e un fiore bianco comparso quasi in silenzio.
Da Mirissa ai pescatori sui trampoli
Scendendo verso sud, il paesaggio cambia.
La boscaglia lascia spazio alle palme, la strada si avvicina alla costa e l’oceano comincia a comparire tra una casa e l’altra. A Mirissa l’acqua ha riflessi chiari e brillanti, quasi fosse vetro mosso dal vento.
Dopo il silenzio di Yala, il mare arriva come un cambio di musica.
Lungo la costa incontriamo i celebri pescatori sui trampoli dello Sri Lanka. Sono appollaiati su pali di legno piantati nel fondale, immobili sopra l’acqua, con un equilibrio che io trovo ammirevole perfino da geco.
Questa tecnica oggi è diventata soprattutto uno dei simboli dello Sri Lanka meridionale. Eppure, vedendoli sospesi tra cielo e mare, la distinzione tra gesto autentico e immagine per i viaggiatori perde importanza.
Restano lì, fermi, con una pazienza che ammiro molto, soprattutto perché la mia comincia a diminuire appena salta uno spuntino.
A guardarli sembra tutto semplice.
Un palo, il mare e l’attesa.
Ma io so bene che dopo pochi minuti sarei già lì a chiedermi dove appoggiare lo zainetto, come proteggere il cappello e soprattutto quando si mangia.
Ripartiamo con l’oceano che continua ad apparire e scomparire accanto alla strada. Le palme si piegano appena, le case scorrono fuori dal finestrino e il paesaggio assume un ritmo diverso da quello del parco.
Yala ci aveva costretto a guardare dentro la vegetazione.
La costa, invece, apre tutto.
Galle tra forte, cannella e Oceano Indiano
Nel pomeriggio arriviamo a Galle.
Il forte appare come un intreccio di pietra, mare e memoria coloniale. Ci inoltriamo tra vicoli di pietra, facciate coloniali, chiese, lampioni e piccole botteghe, con la sensazione di essere entrati in una città che conserva ancora il passo di un’altra epoca.
Solo che dentro il romanzo fa caldo.
Molto caldo.
La Bipede si ferma a osservare le vetrine, io controllo i muri con occhio professionale. Alcuni sono decisamente interessanti, ma mi trattengo: siamo qui in visita e non vorrei creare incidenti diplomatici arrampicandomi su un edificio storico.
La guida ci parla dei negozi dedicati all’artigianato locale, dei tessuti, delle pietre, delle spezie e dei punti vendita dove la qualità viene controllata.
La cannella di Ceylon e il dhal curry
La cannella di Ceylon domina profumi e scaffali.
È diversa da quella più comune che troviamo spesso a casa: più delicata, dolce e sottile. Basta avvicinarsi perché il suo profumo si mescoli all’aria salmastra che arriva dal mare.
A quel punto il discorso scivola inevitabilmente sulla cucina.
Penso al dhal curry, alle lenticchie rosse cotte con latte di cocco, curcuma, peperoncino, foglie di curry e una stecca di cannella. È uno di quei piatti semplici che non hanno bisogno di presentazioni spettacolari per farsi ricordare.
La Bipede prende mentalmente nota.
Io prendo mentalmente fame.
Anche l’olio di cocco torna spesso nei racconti e nei negozi. Qui non è soltanto un ingrediente, ma una presenza quotidiana: viene usato in cucina e nella cura di pelle e capelli.
Io sulle squame non faccio esperimenti.
Tengo molto alla mia lucentezza naturale.
Il Forte di Galle e il richiamo del mare
Camminiamo ancora tra i bastioni e le vie del forte. Ogni angolo cambia prospettiva: da una parte gli edifici, dall’altra l’oceano che si infrange contro le mura.
Galle riesce a essere elegante senza sembrare immobile.
Ci sono turisti, botteghe, persone che camminano, voci, vento e quel continuo richiamo del mare che entra nelle strade anche quando non lo vedi.
Dopo la natura irregolare di Yala, qui tutto sembra più ordinato. Le mura delimitano, le strade accompagnano, le case raccontano secoli di passaggi.
Eppure basta voltarsi verso l’oceano per ricordare che l’acqua non accetta confini con la stessa facilità.
Beruwala e la notte sull’oceano
Quando ripartiamo, la giornata comincia finalmente a rallentare.
La strada ci porta verso Beruwala. Fuori dal finestrino scorrono palme, case e piccoli tratti di costa. Io sento addosso tutte le ore trascorse dalla sveglia: le jeep, il fango, Mirissa, i pescatori, Galle.
La sera arriva con il rumore dell’oceano.
A Beruwala finalmente ci aspetta un letto e, soprattutto, nessuna sveglia all’alba.
Questa volta controllo due volte.
La Bipede guarda il mare. Io mi sistemo vicino a lei, con le zampe finalmente ferme e lo zainetto appoggiato.
Ripenso ai coccodrilli immobili, ai bufali immersi nel fango, ai cervi eleganti, ai tacchini reali e a quel piccolo fiore bianco comparso quasi in silenzio.
Il leopardo, invece, resta dove ha deciso di stare: da qualche parte dentro Yala, lontano dalle nostre fotografie.
Forse è giusto così.
Alcuni incontri si portano a casa. Altri restano nel luogo a cui appartengono.
L’oceano luccica nel buio.
Io chiudo gli occhi.
Per una volta, domani può aspettare.
“Si ringrazia Asianet per questa esperienza”
Articolo a cura di Geco Gaudenzio, per Goditilavita.it.
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