Sri Lanka tra templi, scimmie e silenzi
C’è un momento preciso in cui capisci di essere arrivato davvero dall’altra parte del mondo. Non è quando il comandante annuncia l’atterraggio, né quando il passaporto riceve un nuovo timbro. Per me è successo appena si sono aperte le porte dell’aeroporto. Una ventata d’aria calda mi si è appiccicata addosso come un vecchio amico che non vedevi da anni. Dentro c’era di tutto: il profumo della terra umida dopo la pioggia, quello delle foglie tropicali, un leggero sentore di cannella e qualcosa che non avevo mai respirato prima, ma che sapeva già di Sri Lanka.
Ho guardato la Bipede. Lei sorrideva con quell’espressione che conosco bene, quella di chi ha già capito che sta per innamorarsi di un posto. Io, invece, avevo già le ventose incollate al finestrino del pullman, deciso a non perdermi nemmeno un metro di questa nuova avventura. Mi è tornata in mente la sensazione provata quando, qualche tempo fa, avevo osservato il deserto dagli edifici futuristici degli Emirati: due mondi lontanissimi, ma capaci entrambi di sorprendermi. Se non avete letto quel racconto, lo trovate qui: Dubai tra grattacieli e deserto.
Sri Lanka tra templi, scimmie e silenzi
Le strade scorrono lente, senza la frenesia delle grandi metropoli, e sembrano accompagnarti dentro un paesaggio che cambia continuamente. Piantagioni di banani, palme da cocco, alberi enormi che sembrano voler trattenere il cielo e piccoli villaggi dove il tempo pare essersi fermato. I camion sono dipinti come opere d’arte viaggianti, i tuk tuk sfrecciano colorando ogni incrocio e ogni tanto compare un santuario buddhista, candido e silenzioso, quasi nascosto dalla vegetazione.
È uno di quei Paesi che non ti colpiscono con un monumento gigantesco o con un grattacielo da record. Ti conquistano lentamente, con una somma di dettagli che, uno dopo l’altro, iniziano a raccontarti una storia.
I veri padroni della strada
E poi arrivano loro.
Li avevo chiamati subito babbuini, con tutta la convinzione del mondo. La guida, sorridendo, mi ha spiegato che quelli che stavamo osservando erano in realtà macachi toque, una specie che vive quasi esclusivamente nello Sri Lanka, insieme ai langur grigi che popolano molte zone dell’isola.
Poco male, perché il loro carattere resta identico a quello delle più grandi celebrità del pianeta. Se ne stanno seduti sui guardrail, sui muretti o appollaiati sui rami con l’aria di chi sa benissimo di essere il soggetto preferito dei turisti. Uno ci osserva appena, giusto il tempo di capire che non abbiamo banane in mano, poi torna a grattarsi la pancia con una tranquillità disarmante. Un altro si sistema il pelo mentre una signora prova disperatamente a fotografarlo.
Sono convinto che, quando noi ripartiamo, organizzino delle riunioni serali per commentare le facce buffe dei bipedi che passano di qui ogni giorno.
Dambulla, dove anche un geco resta in silenzio
La prima vera tappa è il Tempio di Dambulla, uno dei luoghi più sacri dello Sri Lanka e, senza esagerare, uno dei posti che mi hanno emozionato di più fin dal primo impatto.
La salita non è infinita, ma è abbastanza lunga da mettere alla prova le gambe della Bipede, che dopo pochi minuti inizia quella simpatica trattativa con il destino fatta di sospiri, sorrisi forzati e promesse tipo: «Giuro che da lunedì ricomincio a fare ginnastica». Io, da bravo geco, me la godo senza troppi problemi. Le ventose hanno i loro vantaggi.
Lungo il sentiero le scimmie continuano il loro spettacolo quotidiano. Alcune studiano con attenzione gli zaini dei visitatori, altre sembrano aspettare soltanto il momento giusto per sfilare una bottiglietta d’acqua o un pacchetto di biscotti. Non sono aggressive, sono semplicemente opportuniste. Dopo anni di convivenza con i turisti hanno imparato molto bene una delle principali caratteristiche dell’essere umano: prima o poi qualcosa gli cade sempre dalle mani.
Quando finalmente si raggiunge l’ingresso delle grotte, il rumore del mondo rimane improvvisamente alle spalle. Basta fare pochi passi e tutto cambia. Le pareti della montagna custodiscono cinque santuari scavati nella roccia, decorati da migliaia di metri quadrati di affreschi e popolati da centinaia di statue del Buddha.
È uno di quei luoghi dove persino chi parla senza sosta abbassa spontaneamente la voce. Non perché qualcuno glielo chieda, ma perché il silenzio sembra parte integrante dell’architettura.
Il Buddha che non voleva statue
Mentre cammino tra le statue mi torna in mente una curiosità raccontata dalla guida. Il Buddha storico, Siddhartha Gautama, non desiderava essere rappresentato con immagini o statue. Nei primi secoli del Buddhismo la sua presenza veniva evocata attraverso simboli, come l’albero sotto il quale raggiunse l’illuminazione, le impronte dei piedi o la ruota del Dharma.
Poi, come spesso succede quando gli uomini cercano di raccontare ciò che non si vede, arrivarono gli artisti, gli scultori e i pittori. Oggi Dambulla custodisce oltre centocinquanta statue del Buddha, immerse in un’atmosfera così intensa che perfino un piccolo geco come me finisce per restare immobile qualche minuto senza sentire il bisogno di fare una battuta.
Solo qualche minuto, però.
I calzini che salvano la spiritualità
Per entrare bisogna togliersi le scarpe, e qui il karma decide di divertirsi un po’. Per le mie ventose è quasi una giornata alle terme. Per la Bipede, invece, le pietre arroventate dal sole diventano un percorso mistico decisamente più impegnativo.
La vedo avanzare con quella camminata velocissima che ogni tanto assomiglia più a una danza tribale che a una passeggiata spirituale. Io faccio finta di preoccuparmi, ma dentro sto ridendo come un matto.
Da bravo compagno di viaggio, però, mi sento in dovere di lasciarvi un consiglio: infilate nello zaino un paio di calzini antiscivolo economici. Costano poco, occupano pochissimo spazio e possono salvare sia i piedi sia il vostro rapporto con la spiritualità.
Quando un luogo ti rimane addosso
Lasciamo Dambulla con una sensazione difficile da spiegare. Ci sono posti che si visitano e altri che si assorbono. Questo appartiene decisamente alla seconda categoria. Rimane addosso come il profumo dell’incenso, leggero ma persistente, e continua ad accompagnarti anche quando sei già ripartito.
Mentre il pullman riprende la strada, mi sorprendo a pensare che ogni viaggio ha un modo diverso di entrare nel cuore. Dubai mi aveva conquistato con il contrasto tra tradizione e modernità, mentre qui basta il silenzio di una grotta scavata nella roccia per lasciare un ricordo indelebile. È la stessa meraviglia raccontata anche nel mio secondo diario dedicato agli Emirati, che potete leggere qui: il mio viaggio a Dubai.
Il primo giorno in Sri Lanka si chiude così, tra il verde della giungla, il sorriso della Bipede e la sensazione che quest’isola abbia appena iniziato a raccontarmi la sua storia. Io continuo a osservare il paesaggio dal finestrino, con le ventose appoggiate al vetro e la curiosità che ormai conoscete bene. In fondo è questo il bello dei viaggi: ogni strada porta con sé una sorpresa e ogni incontro lascia qualcosa nello zaino dei ricordi. E ho come l’impressione che il bello debba ancora arrivare.


