Dal deserto allo spazio senza lasciare Dubai
Quando penso a questa tappa, la prima immagine che mi torna in mente non è un grattacielo. Non è il Burj Khalifa, non sono le autostrade infinite e nemmeno le luci della città che di notte sembrano voler competere con le stelle. La prima immagine che mi torna in mente è il deserto di Dubai.
Appena ventiquattro ore prima ero nel deserto a seguire gli ultimi minuti della giornata mentre il sole si abbassava dietro le dune. La sabbia cambiava colore sotto gli occhi, passando dal giallo all’arancio, poi al rame e infine a quelle sfumature che sembrano appartenere più a un dipinto che a un paesaggio reale. Attorno a noi c’erano jeep, campi tendati, ristoranti e persino il Wi-Fi che la Bipede aveva trovato con la stessa soddisfazione di un esploratore che scopre una nuova rotta commerciale. Eppure il deserto continuava a dominare tutto. Le luci del campo, la musica, la cena e perfino gli artisti del fuoco sembravano occupare quello spazio in prestito. Bastava alzare gli occhi verso le dune per capire chi fosse il vero padrone di casa.
Quando sono andato a dormire, ero convinto che quella sarebbe stata l’ultima immagine di Dubai che mi sarei portato via. Del resto il giorno successivo ci attendeva il volo per lo Sri Lanka e nella mia testa il capitolo emiratino del viaggio era ormai concluso. Evidentemente Dubai non era della stessa opinione.
Dal deserto di Dubai al Museum of the Future
La mattina successiva avevamo qualche ora libera prima della partenza. Quelle ore che nei viaggi organizzati diventano una specie di terra di nessuno. C’è chi le dedica allo shopping, chi ai souvenir, chi alla ricerca dell’ultimo regalo da riportare a casa per dimostrare che sì, il viaggio l’ha fatto davvero. Io invece continuavo a pensare a quella strana costruzione che da giorni compariva davanti ai miei occhi nei momenti più improbabili.
L’avevo vista dal pullman.
L’avevo vista sbucare tra i grattacieli.
L’avevo vista comparire tra un cavalcavia e l’altro mentre attraversavamo la città.
Ogni volta attirava la mia attenzione.
Ogni volta mi lasciava la stessa domanda.
Che diavolo è quella cosa?
Perché chiamarlo edificio mi sembrava riduttivo. Sembrava piuttosto un oggetto arrivato da altrove e parcheggiato nel centro di Dubai come se fosse la cosa più normale del mondo. Una gigantesca forma ovale d’acciaio che sembrava sospesa tra il cielo e la città, troppo futuristica per sembrare reale e troppo reale per essere un semplice esercizio di fantasia.
La Bipede aveva già capito come sarebbe andata a finire. Dopo tanti anni di viaggi insieme conosce perfettamente i sintomi. Quando inizio a guardare troppo spesso nella stessa direzione significa che prima o poi ci andrò. Opporsi serve a poco. È una battaglia persa in partenza.
Così, mentre altri cercavano souvenir, noi ci siamo ritrovati davanti al Museum of the Future Dubai.
Visitare il Museum of the Future a Dubai
La prima sorpresa è stata rendermi conto che le fotografie non raccontano davvero questo edificio. Lo conoscevo già attraverso fotografie e video, ma averlo davanti agli occhi cambia completamente la prospettiva. Per qualche minuto mi sono limitato a guardarla. Le scritte arabe che attraversano la superficie metallica sembravano parte integrante dell’architettura, quasi fossero state scolpite dalla luce anziché dall’acciaio. Continuavo a girarle attorno cercando un paragone e ogni tentativo falliva miseramente.
Forse è proprio questo il suo segreto.
Non assomiglia a nulla.
Una volta entrati, la sensazione è diventata ancora più strana. Mi aspettavo un museo. Sale espositive, pannelli, oggetti da osservare e magari qualche installazione interattiva. Invece ho avuto quasi subito l’impressione di essere entrato dentro una storia. Una di quelle storie che non ti vengono raccontate ma che devi attraversare personalmente.
Quando il futuro sembra una storia da attraversare
A un certo punto mi sono ritrovato nello spazio.
Lo so che detta così sembra una frase scritta dopo aver assaggiato qualcosa di particolarmente forte durante la cena nel deserto, ma la sensazione era esattamente quella. La sera precedente osservavo il tramonto sulle dune. Adesso stavo guardando la Terra da una stazione orbitante immaginaria. Lo so benissimo che stavo camminando dentro un museo nel centro di Dubai, eppure dopo qualche minuto avevo smesso di ragionarci sopra e mi ero lasciato trasportare dalla storia che quel luogo stava cercando di raccontare.
Forse perché una parte di noi ha ancora voglia di stupirsi.
Oppure perché, per qualche motivo, Dubai riesce a rendere credibili anche le cose più improbabili.
Mentre la Bipede fotografava praticamente qualsiasi cosa emettesse luce, movimento o semplicemente esistesse, io continuavo a osservare le persone. È una deformazione che mi porto dietro da sempre. Mi piace guardare chi guarda. E la cosa che mi colpiva era che quasi tutti avevano la stessa espressione. Quella che compare quando non hai capito completamente quello che stai osservando ma ti piace comunque. Anzi, forse proprio perché non l’hai capito del tutto.
Mi sono ritrovato più volte con la stessa faccia.
Dubai tra tecnologia, robot e immaginazione
Tra installazioni, immagini, suoni e visioni del futuro, continuavo ad avere la sensazione che il museo non stesse cercando di spiegarmi il domani. Piuttosto sembrava invitarmi a immaginarlo. È una differenza sottile, ma enorme. Più procedevo nella visita e meno mi sembrava di assistere a una lezione sul futuro; avevo piuttosto la sensazione di trovarmi davanti a una serie di possibilità ancora tutte da immaginare. Piuttosto sembravano chiedere: “E tu come lo immagini?”
Nel frattempo sono comparsi anche i robot.
Ammetto di averli osservati con una certa prudenza. Colpa del cinema. Dopo anni passati a vedere macchine che conquistano il pianeta, sviluppi inevitabilmente qualche pregiudizio. Questi però sembravano molto più educati di parecchi esseri umani incontrati negli aeroporti. Salutavano, interagivano con i visitatori e si muovevano con una naturalezza quasi disarmante. La Bipede li trovava adorabili. Io continuavo a tenerli d’occhio. Per sicurezza.
La macchina dei profumi nel museo del futuro
La parte che ricordo meglio, però, non riguarda né lo spazio né i robot.
Riguarda un profumo.
O meglio, una macchina che creava profumi.
Osservarla al lavoro è stato stranamente ipnotico. Bracci meccanici che si muovevano con precisione assoluta, essenze che venivano dosate, fragranze che si mescolavano tra loro. Sembrava una versione futuristica degli antichi alchimisti. Soltanto che al posto delle pergamene c’erano algoritmi e al posto delle ampolle medievali c’erano sensori e tecnologia.
Naturalmente la Bipede ha voluto provare l’esperienza.
Naturalmente io ho voluto annusare il risultato.
Ancora oggi non saprei descrivere quel profumo.
Ma ricordo perfettamente il momento.
E forse è proprio questo il bello dei viaggi.
Alla fine non ricordiamo le spiegazioni.
Ricordiamo gli istanti.
Dubai dalle dune alle stelle
Quando siamo usciti dal museo, Dubai era esattamente la stessa che avevamo lasciato poche ore prima. Gli stessi grattacieli. Lo stesso traffico. Lo stesso sole. Eppure io continuavo a pensare a quanto fosse assurdo ciò che avevo vissuto nelle ultime ventiquattro ore.
La sera prima ero nel deserto.
La mattina dopo nello spazio.
Senza lasciare la stessa città.
Credo sia questo il motivo per cui continuo a trovare Dubai così affascinante. Non per i record, non per il lusso e nemmeno per i grattacieli. Ma per la sua capacità di passare continuamente da un mondo all’altro. Dalla sabbia alle stelle. Dal passato al futuro. Dalle tradizioni più antiche alle idee più visionarie.
Sempre con la stessa naturalezza.
Poche ore dopo avremmo lasciato gli Emirati Arabi Uniti per raggiungere lo Sri Lanka. Davanti a noi c’erano templi, elefanti, giungle e nuove storie da raccontare. Eppure, mentre l’aereo prendeva quota, una parte dei miei pensieri era ancora rimasta lì, sospesa tra una duna illuminata dal tramonto e una stazione spaziale immaginaria nel cuore di Dubai.
E, ripensandoci adesso, non riesco a immaginare un modo migliore per salutare questa città.
“Si ringrazia Asianet per queste esperienza”
Articolo a cura di Geco Gaudenzio, per Goditilavita.it.
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