Il treno storico verso Davos e il ritorno col Bernina Express
III Parte: quando il viaggio rallenta e il tempo si apre
Un convoglio che profuma di altre epoche
Siamo a Filisur.
Il borgo è immerso in quel silenzio alpino che sembra fatto apposta per accompagnare i treni. Il clima è quello giusto: cielo terso, aria fresca, un po’ di luce dorata che filtra tra i tetti e si posa sui binari come un invito.
Le carrozze del treno storico sono una meraviglia.
Appena sali, il legno ti accoglie con il suo profumo caldo, quasi resinato; i sedili imbottiti raccontano anni di viaggiatori; i finestrini in ottone incorniciano ciò che sta fuori come se fosse davvero un quadro.
Non è solo un mezzo di trasporto: è un viaggio nel viaggio.
Il treno si muove con una calma dimenticata. Nessuna corsa. Nessuna fretta.
Sembra quasi voglia dire: “Goditela. Questi binari esistono per essere assaporati.”
E noi lo ascoltiamo.
Da Filisur a Davos: una linea che respira con la montagna
La tratta verso Davos scorre come una poesia alpina.
Il paesaggio cambia continuamente:
- tratti di bosco fitto che sembrano cattedrali naturali,
- piccole radure inondate di luce,
- ponti che si aprono all’improvviso su vallate profonde,
- corsi d’acqua che corrono accanto ai binari, vivaci come bambini.
Ogni curva è un invito a sporgersi appena in avanti, come se il treno avesse qualcosa da sussurrarti prima ancora di mostrartelo.
E mentre si sale verso Davos, la luce cambia, diventa più chiara, più leggera, più alta — un segnale che stiamo entrando in un’altra atmosfera.
Davos Platz: una città che porta la montagna nella voce
Quando arriviamo a Davos Platz, la sensazione è quasi di spaesamento: dopo borghi piccoli e silenziosi, eccola una cittadina viva, dinamica, ricca di servizi, riflessi moderni e un via vai continuo.
Ma Davos nasconde molto più di quello che mostra.
Ha una storia che si sente ancora sotto la superficie.
Alla fine dell’Ottocento, questa non era una città turistica: era una località di cura. L’aria fine attirava malati di tubercolosi da tutta Europa. Sanatori, terrazze al sole, letti bianchi vicino a finestre spalancate… e proprio qui Thomas Mann accompagnò la moglie Katia per una cura.
E proprio qui, tra silenzi e dialoghi, nacque l’ispirazione per La Montagna Incantata.
Passeggiando nel centro, tra edifici eleganti e ampie vetrate, lo si percepisce: Davos ha un rapporto con il tempo diverso da altre città.
È come se qualcosa restasse sospeso nell’aria.
Il rientro con il Bernina Express: il rosso che diventa poesia
Dopo la visita e la passeggiata, arriva il momento del ritorno.
E che ritorno: il Bernina Express.
Anche se lo hai già fatto, anche se l’hai visto mille volte, salire sul Bernina è come aprire un libro che conosci a memoria ma che ti sorprende ogni volta con un dettaglio nuovo.
I finestroni panoramici spalancano il mondo davanti agli occhi: le valli grigionesi si allungano in morbide onde verdi, il foliage d’autunno incendia il paesaggio di gialli e arancioni, i larici sembrano pennellate d’oro che vibrano nel vento, i primi banchi di neve annunciano l’inverno sulle cime più alte.
E poi arriva il momento del Bernina.
Il trenino scala la montagna con eleganza.
Sul lato sinistro appare il Lago Bianco, una tavolozza lattiginosa che riflette il cielo.
Dietro, le cime bruciano di luce.
Alcune già completamente innevate.
Altre appena spolverate, come se una mano gigante avesse fatto cadere zucchero a velo sulle montagne.
È uno spettacolo che emoziona sempre, anche quando sai perfettamente cosa sta per apparire dopo la curva.
La magia di un viaggio che non vuole finire
Man mano che si scende verso Tirano, la luce cambia ancora, diventando più calda, più morbida. Il paesaggio si addolcisce, il bosco torna fitto, l’aria diventa più umida.
E da lì a poco si capisce: si è tornati in Italia.
La magia, però, non finisce lì.
Anzi, inizia un altro tipo di avventura.
La parte “gechesca”: il ritorno in Italia tra caos e risate
Perché se c’è una cosa certa, è questa: dopo una giornata perfetta, ci pensa l’Italia a mettere un pizzico di follia.
Scioperi, ritardi, manifestazioni.
Una catena di coincidenze che salta come fossero tessere del domino.
E così il rientro diventa un racconto nel racconto:
- tre treni, uno preso all’ultimo secondo;
- un pullman, raggiunto al volo;
- cinque chilometri a piedi, ovviamente con la Bipede al fianco;
- borse, zaini, risate e la sensazione di essere finiti dentro una piccola odissea moderna.
È stancante? Sì.
È assurdo? Anche.
Ma è proprio questo che rende un viaggio vivo: ciò che non si può programmare.
L’arrivo a casa: quando la porta si chiude e la memoria si apre
Quando finalmente si arriva a casa, la stanchezza è tanta.
Ma basta chiudere la porta e appoggiare lo zaino per sentire tutto in modo diverso.
Davos, il treno storico, il Bernina Express, il foliage, i ponti, le gallerie, il Landwasserwelt, Filisur, Coira…
Tutto torna come un’unica grande onda di ricordi.
Un viaggio completo.
Un viaggio che non ha solo mostrato, ma raccontato.
E mentre ci si concede il meritato riposo, una cosa è certa: il Geco ha ancora voglia di camminare.
Di esplorare.
Di tornare.
Perché certi viaggi non si chiudono mai davvero:
restano dentro, pronti a riaprirsi alla prossima avventura.
Si ringrazia Enrico Bernasconi e Ferrovia Retica per questa esperienza.
Articolo a cura di Geco Gaudenzio, per Goditilavita.it.
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