Jaipur, dove il Rajasthan ha iniziato a raccontarsi
Poi, mentre il pullman continua a divorare chilometri verso Jaipur, mi accorgo che qualcosa sta succedendo davvero: i contorni diventano più nitidi, i colori più accesi e la nebbia, per la prima volta dall’inizio del viaggio, sembra aver deciso di lasciarci in pace. Al suo posto compare un sole pieno, deciso, uno di quelli che illumina tutto senza lasciare angoli nascosti.
È forse in quel momento che il viaggio cambia carattere.
Delhi mi aveva travolto con la sua energia. Agra mi aveva emozionato con le sue storie. Jaipur invece sembra avere un’altra missione: farmi entrare lentamente nel cuore del Rajasthan.
Shahpura House: una residenza reale nel cuore di Jaipur
La prima sera me ne accorgo già arrivando allo Shahpura House. Ufficialmente è un hotel, ma definirlo così mi sembra un po’ come definire un castello una semplice casa grande. La funzione è corretta, ma manca completamente l’anima del posto.
In origine era la residenza della famiglia reale di Shahpura e questa cosa si percepisce immediatamente. Non serve leggere una guida o ascoltare una spiegazione. Lo senti semplicemente camminando nei cortili. Lo vedi negli archi, nelle decorazioni, nei lampadari, negli specchi che moltiplicano la luce e nelle terrazze che sembrano costruite per osservare il tramonto.
Per qualche minuto mi fermo nel cortile principale e provo a immaginare chi abbia attraversato questi spazi prima di noi. Maharaja, nobili, servitori, musicisti, ospiti illustri. Improvvisamente il Rajasthan smette di essere una destinazione geografica e diventa una storia. Una storia nella quale, per una notte, siamo entrati anche noi.
Naturalmente l’incantesimo dura fino a quando un turista attraversa il cortile parlando al telefono in vivavoce con mezzo continente collegato 🤣
Ma per qualche minuto aveva funzionato.
Mercati di Jaipur: quando la città si racconta senza filtri
La mattina seguente Jaipur decide di presentarsi senza filtri.
Non attraverso monumenti.
Non attraverso palazzi.
Attraverso la vita quotidiana.
Usciamo presto, ma evidentemente non abbastanza presto per la città. Quando arriviamo nella zona dei mercati di Jaipur ho subito la sensazione che qui la giornata sia iniziata molto prima della nostra. Ovunque c’è movimento. Persone che scaricano merci, commercianti che trattano, carretti che spuntano da ogni direzione possibile e motociclette che attraversano spazi che la fisica occidentale considera poco più che teorici.
Cerco di guardare tutto contemporaneamente e, come spesso accade in India, fallisco miseramente.
Il mercato dei fiori di Jaipur: colori e profumi del Rajasthan
Poi succede una cosa che non mi aspettavo.
Arrivano i fiori.
O forse sarebbe più corretto dire che ci entriamo dentro.
Perché il mercato dei fiori di Jaipur non è qualcosa che osservi. È qualcosa che ti avvolge.
Le calendule arancioni e gialle formano montagne colorate che sembrano illuminate dall’interno. Gli uomini le trasportano sulle spalle, le donne preparano ghirlande, i commercianti contrattano e nel frattempo l’aria si riempie di un profumo che riesce quasi a mettere in secondo piano il traffico, i clacson e tutto il resto.
Le fotografie riusciranno a raccontare i colori.
Ma non il profumo.
E forse è proprio quello che mi resterà più impresso.
Mentre osservo questa scena mi accorgo però che non siamo gli unici spettatori.
Le scimmie sono dappertutto.
Sui muri.
Sugli alberi.
Sui tetti.
Ma questa volta non mi interessa fare l’elenco di dove si trovano. Mi interessa il modo in cui guardano. Hanno l’aria di chi abbia già visto passare migliaia di turisti e stia ancora cercando di capire perché continuiamo a stupirci delle cose più normali. Osservano il mercato con una calma quasi aristocratica. Sembrano le vere proprietarie del quartiere. Noi siamo soltanto visitatori temporanei.
Street food a Jaipur: il samosa che cambia prospettiva
Più tardi arriva anche il momento dello street food a Jaipur e qui realizzo che l’India sta lavorando lentamente sulle mie abitudini.
Qualche giorno prima avrei probabilmente tempestato la guida di domande.
Da dove arriva?
Come viene preparato?
È sicuro?
Quante spezie contiene?
Adesso invece mi ritrovo con un enorme samosa fumante tra le mani e l’unica domanda che mi interessa davvero è se ce ne sia un secondo disponibile.
Lo addento e capisco immediatamente perché questo semplice panzerotto ripieno di patate speziate abbia conquistato milioni di persone. È croccante, profumato, saporito e soprattutto riesce a raccontare l’India meglio di tante spiegazioni.
Perché l’India è così.
Ti sorprende quando smetti di analizzarla.
E forse è proprio per questo che l’Amber Fort riesce a colpirmi nel modo in cui fa.
Amber Fort: il luogo da cui nasce la storia di Jaipur
Lo vedo comparire in lontananza molto prima di arrivarci. All’inizio sembra quasi parte della montagna. Poi continua a crescere. Più ci avviciniamo e più capisco che non sto guardando semplicemente una fortezza.
Sto guardando il luogo da cui è nata la storia di Jaipur.
Prima della città c’era Amber.
Prima del traffico, dei mercati, dei negozi e degli alberghi c’era questa enorme cittadella fortificata da cui i rajput controllavano il territorio, i commerci, gli eserciti e il proprio destino.
Più la osservo e più capisco perché sia stata costruita proprio lì.
Da quassù si vede tutto.
E soprattutto da quassù tutti vedevano te.
Salire ad Amber Fort a dorso di elefante
Naturalmente decidiamo di raggiungerla a dorso di elefante.
Nella mia immaginazione la scena è molto epica.
Nella realtà è decisamente più umida.
Il pachiderma che ci accompagna verso la cima decide infatti di utilizzare la proboscide come sofisticato sistema automatico di distribuzione acqua. A intervalli regolari parte una doccia gratuita destinata a chiunque si trovi nel raggio d’azione. Turisti, guide, fotografi e probabilmente altri elefanti ricevono lo stesso trattamento.
La guida ci spiega che serve a rinfrescarsi.
Io nel frattempo verifico che anche i miei vestiti siano stati adeguatamente rinfrescati 🤣
Come se non bastasse, una pattuglia di venditori di souvenir ci accompagna lungo il percorso con una determinazione che meriterebbe uno studio universitario. Braccialetti, sciarpe, calamite, elefantini, cartoline. A un certo punto ho avuto il sospetto che qualcuno stesse cercando di vendermi direttamente una torre dell’Amber Fort.
Dentro Amber Fort: storia, potere e bellezza
Poi però si arriva in cima.
E lì il racconto cambia.
Cammino lentamente tra cortili, sale decorate, bastioni e terrazze. Guardo il lago sottostante. Guardo le colline. Guardo Jaipur in lontananza. E per la prima volta dall’inizio del viaggio realizzo che il caos non è la vera anima dell’India.
È soltanto il suo modo di presentarsi.
Sotto quel caos c’è una profondità che emerge poco alla volta.
C’è la storia.
C’è l’orgoglio.
C’è la memoria.
C’è la bellezza.
E c’è una capacità straordinaria di convivere con tutte queste cose contemporaneamente.
Jaipur e il regalo della lentezza
La sera, tornato allo Shahpura House, resto ancora qualche minuto nel cortile prima di salire in camera. Le luci si riflettono negli specchi, qualcuno parla sottovoce in lontananza e per la prima volta da quando siamo arrivati in India non sento il bisogno di correre dietro a nulla.
Delhi mi aveva travolto.
Agra mi aveva emozionato.
Jaipur invece mi aveva fatto un regalo diverso.
Mi aveva insegnato a rallentare.
E forse era esattamente quello di cui avevo bisogno.
Articolo a cura di Geco Gaudenzio, per Goditilavita.it.
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